Il Golpe Europeo. I Comunisti contro l’Unione
di Gabriele Repaci
Nella sua celebre poesia intitolata Die Lösung (in italiano La soluzione) Bertolt Brecht, prendendo spunto da un comunicato inviato dal segretario dell’Unione degli scrittori della DDR agli operai di Berlino, nel quale si poteva leggere che ormai “il popolo si era giocato la fiducia del governo e la poteva riconquistare soltanto raddoppiando il lavoro”, affermò con la sua consueta pungente ironia che sarebbe stato più semplice che “il governo sciogliesse il popolo e ne eleggesse un altro”. L’Unione Europea di oggi sembra prendere in parola il sarcastico consiglio del drammaturgo tedesco. Il caso della Grecia non ne è che l’esempio più lampante.
Nelle ultime elezioni politiche elleniche del giugno dell’anno scorso, infatti, le istituzioni europee e i loro rappresentanti, temendo un’affermazione della coalizione della sinistra radicale Syriza, sono entrate a gamba tesa all’interno della competizione elettorale avvertendo (o forse sarebbe meglio dire minacciando) il popolo greco che qualora avesse vinto quest’ultima, il proprio paese sarebbe stato espulso dall’Eurozona. I greci avendo paura che la fuoriuscita di Atene dalla moneta unica avrebbe avuto conseguenze devastanti sulle loro già precarie condizioni di vita hanno deciso di votare il partito di centro-destra Nuova Democrazia apertamente sostenuto dalla Nomenklatura di Bruxelles.
In una realtà al confronto della quale 1984 di George Orwell e il Mondo Nuovo di Aldous Huxley sembrano esempi di realismo politico, infatti, non sono più i popoli ad eleggere i governi ma al contrario sono questi ultimi a dover dire se i propri cittadini sono all’altezza di essere governati da essi. Se per caso c’è il rischio che il popolo “voti nella maniera sbagliata”, premiando formazioni politiche contrarie alla macelleria sociale imposta dalle oligarchie finanziarie oggi al potere, esso viene “commissariato” cioè “sciolto” per usare il linguaggio di Brecht e poi messo nelle mani di esecutivi tecnocratici (si vedano i casi di Mario Monti in Italia o di Papadimos in Grecia) che non essendo vincolati da un mandato elettorale possono permettersi di fare cose che un governo democraticamente eletto non si azzarderebbe nemmeno a proporre in parlamento come l’aumento delle imposte per i ceti meno abbienti, la privatizzazione dei servizi pubblici e lo smantellamento delle leggi sulla tutela del lavoro.
Benché la natura reazionaria dell’Unione Europea e della moneta unica dovrebbero essere ormai evidenti a tutti, ancora oggi a sinistra (anche fra quella che un tempo sarebbe stata definita “di classe”) proporre l’uscita dall’euro e dalla UE rimane un tabù che pochi osano infrangere apertamente. Tra questi annoveriamo Marco Rizzo, già parlamentare europeo ed oggi leader della formazione Comunisti-Sinistra Popolare (CSP), che nel suo ultimo libro, intitolato Il Golpe Europeo. I Comunisti contro l’Unione, Baldini Castoldi Dalai, 2012, invoca apertamente l’uscita dell’Italia sia dalla moneta unica che dall’Unione Europea. Contrariamente a certi ingenui sognatori che pensano che l’UE possa essere riformata democraticamente, magari facendo si che la Bce diventi simile alla Federal Reserve americana ovvero un «prestatore di ultima istanza» nei riguardi degli stati in difficoltà (eventualità auspicata per esempio dal segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero nel suo libro Pigs! La crisi spiegata a tutti, Derive Approdi, 2012) il segretario di CSP comprende bene che da una simile “prigione dei popoli” «occorre uscirne immediatamente. E non «da questa» Unione, ma dall’Unione tout court, perchè, nelle date condizioni di predominio imperialista, non ce n’è un’altra, ne possibile, ne auspicabile. Occorre dire NO non semplicemente «all’Europa delle banche», ma a un disegno politico di stampo reazionario e imperialista, che non può essere sostituito da null’altro, se non dal potere popolare che operi per la distruzione (per favore, basta col «superamento»!) del capitalismo.» (cfr. pag. 73) Non si poteva essere più chiari. L’integrazione monetaria europea dapprima con lo Sme e poi con l’euro ha rappresentato l’episodio culminante di un processo di attacco ai diritti dei lavoratori sferrato in Italia sin dall’inizio degli anni ’80, in modo perfettamente sincronizzato e coerente con quanto stava accadendo negli altri paesi occidentali. Non è dunque un caso che il Premio Nobel per l’Economia Robert Mundell abbia definito l’euro il «Reagan europeo».¹
Non c’è mai stata ne mai ci sarà alcuna volontà politica di fare un’ “altra Europa” perché quella attuale sta svolgendo benissimo il suo compito, ovvero la distruzione dei diritti sociali ottenuti dai popoli del nostro continente a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale sia come concessioni dall’alto (per la paura delle classi egemoni del dilagare del comunismo) che come conquiste dal basso (come conseguenza delle lotte operaie degli anni sessanta e settanta). Non è mai venuto in mente a nessuno che se si fosse voluto costruire un’unione politica basata sull’eguaglianza sociale e sui diritti lo si sarebbe benissimo potuto fare fin dall’inizio?
Nel libro viene data inoltre una corretta interpretazione della crisi globale in atto che, contrariamente a quanto asserito da Barack Obama, Benedetto XVI e altri leader europei, non è stata causata da un pugno di avidi speculatori che si sono comportati in maniera poco etica accumulando loschi guadagni alle spalle di ignari cittadini.
Una simile interpretazione porta infatti a pensare che le origini della violenta recessione dell’economia mondiale esplosa nel 2008 siano da attribuire ad una finanza malata che avrebbe inseguito contagiato la sfera reale dell’economia. Al contrario, si tratta di una crisi del capitale manifestatasi in seno alla sfera finanziaria, a causa della finanziarizzazione dell’attuale sistema capitalistico.
Come chiarisce Rizzo questa è una classica «crisi di sovrapproduzione e di sovraccumulazione. Non c’è penuria di beni, anzi: i supermercati, i negozi, le concessionarie di auto traboccano di merci (cfr. pag. 17)».
La ragione profonda della crisi che si sta sviluppando nel mondo infatti può essere spiegata in termini marxisti come una sovrapproduzione di capitale derivante dall’anarchia stessa della produzione. Questa sovraccumulazione si manifesta attraverso un eccesso di produzione commercializzabile, causata non da una mancanza di persone che abbiano desiderio di consumare, ma piuttosto perchè la tendenza alla concentrazione della ricchezza tende ad escludere una parte ancora maggiore di individui dalla possibilità di acquistare beni. Per dirla con le parole di Karl Marx: «La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza del consumo delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive (Il Capitale, Libro III)».
Nel volume si polemizza anche giustamente con una certa “antipolitica” che vorrebbe addossare le colpa della situazione in cui versa il nostro paese unicamente agli “sprechi” della “casta”. Secondo tale visione la crescita esponenziale del debito pubblico italiano negli ultimi trent’anni sarebbe da imputare alle gozzoviglie del ceto politico nostrano. «I costi della politica – scrive Rizzo a pagina 39 e 40 – cavallo di battaglia del qualunquismo grillino e di certa pseudo-sinistra, cioè la spesa corrente per il mantenimento delle istituzioni, incidono per un importo di 6 miliardi di euro sul bilancio dello Stato, una vera e propria goccia nel mare.»
La crescita dell’indebitamento pubblico italiano a partire dagli anni ’80 non è stata causata, contrariamente a quanto vogliono farci credere Grillo e Travaglio, dalla corruzione del ceto politico dello Stivale bensì dal «divorzio» fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia avvenuto nel 1981. Con questo provvedimento, analogamente a quanto era già accaduto in Francia nel 1973 con la Legge Pompidou-Giscard, la Banca d’Italia veniva sollevata dall’obbligo di comprare titoli di Stato alle aste. In poche parole il governo non poteva più finanziarsi emettendo moneta, come accadeva in precedenza, ma veniva costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato che proprio in quel periodo a causa della politica monetarista della Fed di Paul Volcker erano schizzati verso l’alto. Tutto ciò ebbe un effetto deleterio sulla sostenibilità delle finanze pubbliche, infatti il debito passò dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994.²
«Gli alti tassi di interesse sui titoli pubblici – ricorda inoltre l’On. Marco Rizzo a pagina 43 e 44 – che negli anni Ottanta venivano pagati in ossequio ad una linea di contenimento dell’inflazione basata su un alto costo del denaro, in mancanza dell’intervento della Banca d’Italia a freno della conseguente discesa dei prezzi di emissione, hanno senza dubbio attratto il risparmio delle famiglie, ma hanno anche contribuito a distogliere ampie quote di capitale dall’investimento produttivo a quello finanziario, in sintonia con le esigenze di una borghesia italiana alla ricerca di impieghi facili, garantiti e più redditizi, con conseguente stagnazione della crescita economica pur in presenza di una consistente inflazione.»
Largamente condivisibile è anche l’approccio di stampo antimperialista alla politica estera esposto nel testo. Infatti oltre a condannare la recente aggressione coloniale nei confronti della Libia, Rizzo ricorda giustamente che «i comunisti (quelli veri) sanno distinguere tra la non adesione ad un modello socio-politico e la difesa di uno Stato indipendente attaccato dall’imperialismo. Quando la Libia è stata attaccata dall’Europa e dalla NATO non si potevano avere incertezze: si stava dalla parte di Gheddafi. Questo non vuol dire poi fare di quello Stato un modello di società cui tendere. Semplicemente significa essere contro l’imperialismo Usa e UE. Così come quando viene attaccata la Siria dall’imperialismo, i comunisti stanno con quel paese indipendente. Varrà per l’Iran, la Corea del Nord e quanti altri.» (cfr. pag.10)
Ogni buon marxista deve saper cogliere la differenza che intercorre fra il blando pacifismo e l’opposizione all’imperialismo. Non basta dichiararsi contrari alla guerra ma è necessario prendere posizione a favore di coloro che vengono aggrediti. I comunisti italiani durante la Guerra d’Etiopia (1935), ad esempio, non solo si schierarono al fianco del regime di Haile Selassiè ma alcuni di essi, fra cui il leggendario Ilio Barontini, si recarono in Abissinia per organizzare ed addestrare la resistenza contro l’invasore fascista³. Essi erano consapevoli infatti che l’eventuale vittoria di Mussolini avrebbe significato un ulteriore rafforzamento del fascismo in Italia, oltre che il consolidamento dell’imperialismo ed un arretramento dei popoli coloniali in Africa e altrove. Al contrario l’affermazione del Negus avrebbe costituito un duro colpo non solamente per l’imperialismo italiano ma anche per quello europeo, in quanto avrebbe ridato una nuova linfa vitale alla forze ribelli di tutte le popolazioni oppresse.
Purtroppo da questo punto di vista i moderni eredi del movimento comunista non sono stati all’altezza dei loro predecessori. Basti ricordare che l’allora segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti accusò a suo tempo Marco Ferrando, che aveva difeso il giusto diritto degli iracheni ad ingaggiare una resistenza armata contro l’occupante americano, di “essersi messo fuori dalla civiltà politica” (sic)⁴.
Come se ciò non fosse di per se sufficiente sia Rifondazione che i Comunisti Italiani, durante l’ultimo governo Prodi (2006 – 2008), votarono a favore del rifinanziamento della missione imperialista in Afghanistan.
Nonostante il successivo Congresso di Chianciano del 2008 abbia sancito la sconfitta della gruppo dirigente bertinottiano, il PRC non ha saputo improntare la politica estera del partito su principi antimperialisti.
Nel 2011 Rifondazione si è schierata apertamente con la ribellione libica contro Gheddafi, nonostante fosse stato ampiamente documentato che quella sollevazione era stata organizzata da potenze imperialiste quali la Francia e gli Stati Uniti.
Benchè poi il partito si sia opposto ai bombardamenti contro la Libia che sono seguiti, esso si è rifiutato di prendere posizione a favore di Gheddafi e del suo governo. E’ stata preferita una posizione di neutralità: “né con la Nato né con Gheddafi” che ricorda molto il “Né aderire, né sabotare” del PSI di Filippo Turati nel 1915, all’indomani dell’entrata dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale. Una parola d’ordine da “anime belle” che come disse Hegel non vogliono “sporcarsi le mani con i mali del mondo”.
Assieme ad alcune tesi accettabili il libro ne contiene altre che invece sono decisamente poco convincenti.
Per esempio ci sembra scorretto mettere sullo stesso piano l’imperialismo degli Usa e dell’Unione Europea con i cosiddetti BRICS (acronimo per Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) come sostiene Rizzo a pagina 157. In questo modo si fa il gioco della propaganda occidentale che parla apertamente di “imperialismo cinese” nei confronti dei paesi del Terzo Mondo. Un’asserzione ideologica e confutata dai fatti. Secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale infatti, dal 1981 al 2008 circa 663 milioni di persone sono riuscite a sfuggire alla totale indigenza e questo anche grazie al significativo contributo della Repubblica Popolare Cinese. I benefici del boom economico della Cina non si sono estesi unicamente ai paesi limitrofi del Sud-est asiatico, ma sono arrivati sino all’Africa e al Sud America. Pechino invero non è solo un grande acquirente di materie prime ma ha anche avviato in questi paesi importanti investimenti infrastrutturali sul posto finanziati attraverso un apposito fondo creato ad hoc.⁵
Non c’è dunque da stupirsi se molti stati africani o latino americani abbiano scelto la Cina come proprio principale partner commerciale .
L’accusa mossa al movimento degli Indignados di essere controproducente in quanto starebbe indirizzando il malessere sociale verso falsi bersagli, come si può leggere a pagina 163, è a nostro parere francamente ingenerosa. Dopo trent’anni di dominio ideologico incontrastato del neoliberismo, durante il quale si è cercato di convincere la gente di vivere “panglossianamente” nel migliore dei mondi possibili, è naturale che la prima risposta al dilagare della crisi sia generica e confusa. Compito dei comunisti è quello di stare all’interno dei movimenti spontanei sorti in questi ultimi anni come gli Indignados spagnoli o Occupy Wall Street in America, per cercare di egemonizzarli in modo da indirizzarli verso obiettivi rivoluzionari. Isolarsi o indire manifestazioni separate come ha fatto il Partito Comunista Greco è stupido oltre che settario.
Far risalire le cause della degenerazione del PCI addirittura alla svolta di Salerno del 1944, come viene sostenuto a pagina 171, ci sembra onestamente una forzatura.
E’ necessario una volta per tutte sgombrare il campo da ogni tipo di illusione estremistica e dire chiaramente che dopo la fine della guerra per i comunisti non c’era alcuna possibilità di prendere il potere attraverso la lotta armata. Laddove questa cosa è stata tentata (come in Grecia per esempio) si è rivelata disastrosa. Ha fatto dunque fatto bene Togliatti ad evitare ogni linea politica avventuristica persa in partenza. Memore dell’insegnamento di Gramsci sull’importanza di conquistare l’egemonia all’interno della società civile, il Migliore elabora dopo la liberazione dell’Italia dal fascismo il concetto di “democrazia progressiva”. Secondo la definizione datale dal segretario del PCI quest’ultima consiste in un regime democratico e repubblicano che, grazie all’articolazione dialettica fra organismi tradizionali di rappresentanza (come il parlamento) e i nuovi istituti di democrazia diretta (quali i consigli di fabbrica, di quartiere, ecc…) permette un avanzamento progressivo nel senso di profonde riforme di struttura, all’interno di una battaglia di lungo respiro (una «guerra di posizione» in linguaggio gramsciano) verso il socialismo.
Parimenti inaccettabili sono le critiche poste a Rifondazione Comunista e al Partito dei Comunisti Italiani.
Nessuno vuole negare che in questi anni siano stati commessi errori da parte delle formazioni politiche in questione ma affermare come fa il segretario di CSP a pagina 172, che i militanti di base di questi due partiti non avrebbero più alcuna possibilità di influire sulle scelte dei propri gruppi dirigenti è una completa falsità.
E’ solo per le spinte provenienti dalla base del partito che Rifondazione Comunista ha recentemente abbandonato la precedente linea del Fronte Democratico antiberlusconiano attivandosi per la costruzione di un polo di sinistra autonomo dal Partito Democratico. Rivoluzione Civile rappresenta un primo passo in questo senso. Certamente la coalizione che sostiene la candidatura del Pubblico Ministero Antonio Ingroia alle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio non è priva di ambiguità. E’ probabile che determinati partiti che oggi appoggiano il magistrato palermitano cerchino in futuro un accordo con il centro-sinistra. Tuttavia un’eventuale debacle della Lista Ingroia avrebbe il solo risultato di rafforzare coloro che all’interno dei partiti che compongo la Federazione della Sinistra spingono per un’alleanza con il Pd. Paradossalmente infatti il purismo dottrinario contrario ad ogni tipo di compromesso potrebbe favorire proprio quelli che vorrebbero definitivamente mettersi alle spalle l’esperienza comunista. Ci sembra davvero strano che un politico esperto quale Marco Rizzo non abbia compreso una verità tanto elementare.
1. Greg Palast, “Robert Mundell, evil genius of the euro, The Guardian, 26 giugno 2012 http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jun/26/robert-mundell-evil-genius-euro
2. Domenico Moro, Le vere cause del debito pubblico italiano, Pubblico, 31 agosto 2012 http://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/
3. Gaspare Sciortino, I comunisti e i guerriglieri del Negus, Aprile 2012 http://gasparesciortino.blogspot.it/2012/04/i-comunisti-e-i-guerriglieri-del-negus.html
4. Maria Teresa Meli, Bertinotti: Ferrando incompatibile con noi, Il Corriere della Sera, 14 febbraio 2006 http://archiviostorico.corriere.it/2006/febbraio/14/Bertinotti_Ferrando_incompatibile_con_noi_co_9_060214001.shtml
5. Mauro del Corso, World Bank: per la prima volta diminuisce la povertà nel mondo, Il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2012 http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/03/world-bank-prima-volta-diminuisce-poverta-mondo/195348/

rizzo ha dei comportamenti che sembrano quelli di un agente al servizio della CIA. Come fa a ignorare il principio fondamentale su cui si basa l’azione di un comunista? Come fa ad allontanarsi dalle masse quando è suo preciso dovere stare vicino anche a chi sbaglia,pur di avere l’autorità di poter dare dei consigli a chi sbaglia. E’ strana poi questa sua capacità di mettere su delle liste alternative a quelle della sinistra: chi gli dà i mezzi? Come mai, lui che appenderebbe tutti alla forca, viene ospitato spesso in TV? Si comporta come Ferrando e altri megalomani da strapazzo: Se non siete capaci di far venire le masse da voi, dovete essere voi ad andare dalle masse.Potrei continuare per ore, ma mi fermo qui, tanto,ormai è tutto inutile: la sinistra è distrutta per sempre. Addio compagni crudeli.
Dimenticavo di dire a quei pochi che leggeranno queste righe,che basta cliccare su angelo annovi casamassima per poter accedere alla lettura dei miei libri pubblicati su smash words( NELLA MIA PATRIA— PROMESSI SPOSI– SE LA MERDA AVESSE UN VALORE I POVERI NASCEREBBERO SENZA BUCO DEL C.). Senza idee nuove non si va da nessuna parte:
angelo casamassima annovi